Pubblicato per la prima volta nel 1851, Moby Dick di Herman Melville è universalmente riconosciuto come uno dei pilastri della letteratura mondiale, il cosiddetto “Great American Novel” . Tuttavia, la sua strada verso il successo fu tutto tranne che lineare. All’epoca della pubblicazione, il romanzo fu un insuccesso commerciale e divise la critica, lasciando Melville nell’amarezza e nell’oblio letterario per decenni . Dovettero passare settant’anni, e la morte dell’autore, perché l’opera venisse riscoperta e acclamata come il capolavoro che oggi conosciamo . Questa rinascita non è casuale: Moby Dick è un’opera talmente stratificata, ambiziosa e moderna da aver semplicemente “aspettato” che i lettori e la critica fossero pronti per la sua complessità.
Recensione del libro Moby Dick
Ma di cosa parla, esattamente, questo libro-mondo? La trama, in apparenza, è lineare ed è affidata alla voce del giovane marinaio Ismaele . Stanco della vita a terra, Ismaele si imbarca sul Pequod, una baleniera di Nantucket comandata dal misterioso capitano Achab . A bordo, fa amicizia con il possente ramponiere polinesiano Queequeg, un incontro che getta le basi per una delle riflessioni più profonde del libro sull’amicizia e sulla diversità . Tuttavia, il viaggio prende ben presto una piega oscura. Achab, che inizialmente rimane chiuso nella sua cabina, si rivela sulla tolda di comando non come un semplice capitano, ma come un uomo divorato da un’ossessione monomaniacale: vendicarsi di Moby Dick, un’enorme e feroce balena bianca che in un precedente incontro gli ha strappato una gamba . Con la promessa di un doblone d’oro per il primo che avvisterà la balena, Achab trascina l’intero equipaggio in una caccia senza quartiere attraverso gli oceani, trasformando una spedizione commerciale in una fatale crociata personale .
Un’enciclopedia baleniera in forma di romanzo
Uno degli aspetti più sorprendenti e, per alcuni, ostici di Moby Dick è la sua natura enciclopedica . Melville non si limita a raccontare una storia d’avventura, ma intercala la narrazione con veri e propri trattati di cetologia. Pagine e pagine sono dedicate alla minuziosa descrizione dell’anatomia della balena, alle tecniche di caccia, ai diversi tipi di capodogli, alla storia della baleneria e persino alla classificazione delle balene nei dipinti e nella letteratura antica . Si ha l’impressione, a tratti, di leggere un manuale scientifico più che un romanzo. Questa scelta stilistica, voluta e radicale, ha un duplice scopo: da un lato, conferisce alla narrazione una potenza realistica senza pari, radicando la storia in un mestiere, quello del baleniere, che Melville conosceva bene per esperienza diretta . Dall’altro, crea una tensione continua tra il dato concreto e il simbolo universale, tra la “balena” come animale di carne e ossa e “la Balena” come mito e ossessione.
Achab e la Balena Bianca: un duello metafisico
Se Ismaele è la nostra coscienza, l’osservatore che sopravvive per raccontare, il cuore pulsante e tenebroso del romanzo è senza dubbio il capitano Achab . Melville lo plasma con tratti che devono molto alla tragedia shakespeariana: Achab è un personaggio titanico, un “eroe negativo” la cui grandezza risiede proprio nella sua dannazione . La sua gamba d’avorio, ricavata da un osso di balena, è il segno tangibile di una ferita che va ben oltre il fisico. Per Achab, Moby Dick non è un semplice animale, ma “il simbolo del male” e di tutte le forze inscrutabili e ostili che limitano l’uomo . La sua caccia diventa così una lotta metafisica, una ribellione luciferina contro l’ordine del mondo e contro il destino stesso . Come osserva acutamente una recensione, Achab sa di andare incontro alla morte, sa che la Balena Bianca è invincibile proprio perché rappresenta l’ignoto e l’inconoscibile, ma non può fare a meno di sfidarla .
Di fronte a lui, Moby Dick è un’entità quasi soprannaturale. La sua “bianchezza” diventa un elemento di terrore puro: è il colore della morte, del fantasma, ma anche del candore dell’avorio e della neve, un’assenza che può significare tutto e nulla . La balena è la natura nella sua forma più indomita e potente, lo specchio in cui l’uomo proietta le sue paure e le sue ossessioni .
Perché leggerlo oggi
Leggere Moby Dick oggi è un’esperienza che può disorientare, ma che ripaga con una ricchezza ineguagliabile. Sì, ci sono capitoli interi di difficile digestione, pieni di termini nautici e digressioni scientifiche. E sì, la prosa di Melville può essere a tratti solenne, barocca e visionaria . Ma questa è la sua forza. L’opera è un caleidoscopio di generi: è romanzo d’avventura, epica moderna, trattato scientifico, tragedia teatrale e allegoria filosofica . È un libro che parla di ossessione, di vendetta, di amicizia, di diversità (con il personaggio di Queequeg trattato con una dignità allora rivoluzionaria), del confine labile tra follia e genio, e del rapporto distruttivo e affascinato dell’uomo con la natura.
Nonostante la sua fama di libro “difficile”, non va dimenticato che per decenni, prima di essere consacrato dalla critica accademica, Moby Dick fu letto e amato da un pubblico variegato: impiegati che sognavano l’avventura, marinai che vi si riconoscevano e persino bambini, affascinati dalla storia del capitano pazzo e del mostro marino . Questo dimostra che sotto la sua imponente superficie, batte il cuore eterno di una storia potente e universale.
Moby Dick non è un libro da “finire”, ma un libro in cui “entrare”. È un’esperienza totalizzante, un viaggio nelle profondità dell’oceano e in quelle, ancora più oscure, dell’animo umano. Come dice una delle sue più celebri riedizioni, è un'”opera mondo” a cui tornare, sapendo che ogni lettura rivelerà nuovi significati, nuove ombre e nuove luci . Chi accetta di salire sul Pequod al fianco di Ismaele, non ne scenderà più lo stesso.
