C’è un momento, nella storia del pensiero umano, in cui la nostra certezza di poter comprendere razionalmente l’universo si infrange contro uno scoglio insormontabile. Quel momento è il cuore pulsante di Quando abbiamo smesso di capire il mondo ( Adelphi, 2021), l’opera dello scrittore cileno Benjamin Labatut che ha letteralmente fatto il giro del mondo, conquistando una candidatura al Booker Prize e lettori illustri come Barack Obama e Stephen Fry . Ma attenzione: definire questo libro un “romanzo” è già una semplificazione. Labatut ha costruito un oggetto letterario ibrido, un’affascinante e inquietante creatura che si nutre di biografia, saggio scientifico, cronaca storica e invenzione pura, dando vita a qualcosa di assolutamente originale .
Recensione libro: Quando abbiamo smesso di capire il mondo
Di cosa parla, esattamente, questo libro che qualcuno ha definito capace di regalare veri e propri attacchi di panico? . In apparenza, è una raccolta di storie che ruotano attorno ad alcune delle menti più brillanti e tormentate del Novecento: chimici, fisici e matematici le cui scoperte hanno rivoluzionato la nostra percezione della realtà. Tuttavia, Labatut non è interessato a scrivere un compendio di divulgazione scientifica. A lui importa l'”oscuro ventre della scienza” , il prezzo umano, spesso altissimo, pagato da questi uomini per aver varcato la soglia della conoscenza.
Il libro si apre con una scena agghiacciante: Hermann Göring, gerarca nazista, in cattura con le dita dei piedi e delle mani arrossate dall’abuso di centinaia di pastiglie di diidrocodeina al giorno . È un incipit spiazzante, che ci proietta immediatamente in un mondo di eccessi e follia, dove la chimica non è solo una disciplina, ma uno strumento di autodistruzione e potere. Da qui, Labatut intreccia le sue storie come i fili di una ragnatela, seguendo connessioni impalpabili che legano la scoperta del blu di Prussia nel Settecento ai gas letali della Grande Guerra, fino allo Zyklon B usato nei campi di sterminio .
Un ibrido tra realtà e finzione
Il primo, grande pregio di Labatut è la sua capacità di tenere il lettore sospeso in un limbo narrativo in cui non si distingue più il confine tra ciò che è realmente accaduto e ciò che è frutto della sua immaginazione. L’autore stesso ammette di aver preso “sempre più libertà” con il procedere del libro . Ma poco importa. Come nota un recensore, “non importa quale sia quale: sembra la verità intera” . Entriamo così nella mente di Werner Heisenberg durante la sua convalescenza nell’isola di Helgoland, tormentato dalle allergie e sull’orlo di una crisi di nervi, mentre getta le basi della meccanica quantistica e del suo principio di indeterminazione . Assistiamo al delirio di Erwin Schrödinger, innamorato di una dodicenne in un sanatorio, mentre mette a punto la sua celebre equazione d’onda . E ci addentriamo nell’esistenza ascetica e sempre più paranoica di Alexander Grothendieck, il colosso della matematica che finì i suoi giorni tra i Pirenei a parlare con il diavolo, convinto che la sua disciplina stesse cambiando il mondo più di qualsiasi bomba atomica .
Quello che Labatut mette in scena è un processo quasi iniziatico, una “specie di psicosi” . I suoi scienziati non sono tranquilli ricercatori in camice bianco, ma una sorta di mistici laici, esploratori dell’abisso che, come dice l’autore in un’intervista, hanno raggiunto il loro “Dio”, scoprendo che dietro di lui si nasconde qualcosa di ancora più oscuro . La loro intelligenza non è un dono pacifico, ma una lama a doppio taglio che li isola dal mondo, distrugge i loro affetti e li spinge sull’orlo della follia . Come scrive una recensione, “la scintilla che ‘fa accendere la lampadina’ non sta nel semplice ragionamento e nell’analisi della realtà, ma in una sorta di epifania metafisica e inspiegabile” .
Il volto di Giano della conoscenza
Il tema centrale, potentissimo e vertiginoso, è l’ambivalenza della scienza. Ogni scoperta, per quanto geniale, porta con sé un’ombra. Ne è l’emblema Fritz Haber, il chimico tedesco premio Nobel. La sua storia è forse la più atrocemente paradigmatica: da un lato, inventò il processo per estrarre l’azoto dall’aria, permettendo la produzione di fertilizzanti sintetici che hanno sfamato milioni di persone e letteralmente reso possibile l’esplosione demografica del Novecento. Dall’altro, mise la sua scienza al servizio della guerra, inventando i gas asfissianti utilizzati a Ypres, e fu lui a sviluppare lo Zyklon B . La sua vita è un monito su come la stessa mente possa generare la vita e la morte su scala industriale, e su come il progresso scientifico sia indissolubilmente legato alla catastrofe umanitaria. La moglie Clara, scienziata anche lei, si suicidò dopo averlo accusato di aver “pervertito la scienza” .
Labatut non si limita a raccontare, ma compone una sorta di sinfonia dell’orrore e della bellezza. La sua prosa è ipnotica, poetica, capace di rendere accessibili e vividi concetti astrusi come i buchi neri (grazie a Karl Schwarzschild, che li teorizzò morente sul fronte russo) o la crisi dei fondamenti della matematica . Si passa dalla cruda descrizione degli effetti del cloro gassoso sui soldati francesi alla visione mistica di Heisenberg, che intravede migliaia di figure carbonizzate da un lampo di luce accecante, una premonizione di Hiroshima .
Un’esperienza di lettura totalizzante
Leggere Quando abbiamo smesso di capire il mondo è un’esperienza che difficilmente lascia indifferenti. C’è chi lo paragona a un thriller, chi a un’opera di Lovecraft . La tensione non nasce dall’azione, ma dall’accumularsi vertiginoso di connessioni e dalla crescente consapevolezza che la nostra visione ordinata e razionale del cosmo è solo un’illusione. Come dice Labatut, la meccanica quantistica e la relatività hanno “tolto il tappeto cosmico da sotto i nostri piedi” . Il mondo, a guardarlo bene, non lo capiamo più, e forse non lo abbiamo mai capito.
L’unico appunto che una certa critica muove al libro è relativo all’ultimo capitolo, “Il giardiniere notturno”, che alcuni lettori hanno trovato più criptico e difficile da inquadrare rispetto alla potenza tellurica dei capitoli centrali . Tuttavia, è proprio in quelle pagine che Labatut sembra volerci consegnare la chiave di volta: la scelta di un ex matematico di abbandonare la scienza per curare un giardino di notte, quasi vergognandosi del proprio passato, è l’estremo, malinconico atto di resa di fronte all’incomprensibilità del reale .
Conclusione
In definitiva, Quando abbiamo smesso di capire il mondo è un’opera necessaria. Ci ricorda che la scienza non è un monolito asettico di verità, ma un’avventura umana, fatta di carne, sangue, ambizione e follia. Labatut non giudica i suoi “scienziati pazzi”, ma ci mette in guardia: la stessa fiamma che illumina il cammino della conoscenza può bruciare tutto ciò che incontra. È un libro che parla del Novecento, il secolo che ha visto la più grande fioritura scientifica accanto alla più abietta degenerazione morale, ma parla anche del nostro presente, in cui l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie ci pongono di fronte agli stessi, identici dilemmi: fino a che punto possiamo spingerci nell’esplorazione dell’ignoto senza perdere la nostra umanità? .
Se amate i libri che sfidano i generi, che mescolano rigore e invenzione, e che sono capaci di lasciarvi con un nodo allo stomaco e mille domande, questa è una lettura che non potete assolutamente perdere. Preparatevi a essere affascinati, sconvolti e, forse, a smettere anche voi di capire il mondo.
